Autore: Mauro

Lettera di Dio ad uno sposo

sposi

La donna che hai al fianco, emozionata, con l’abito da sposa, è mia.
Io l’ho creata. Io le ho voluto bene da sempre; ancor prima di te e ancor più di te. Per lei non ho esitato a dare la mia vita. Te l’affido. La prenderai dalle mie mani e ne diventerai responsabile.
Quando l’hai incontrata l’hai trovata bella e te ne sei innamorato. Sono le mie mani che hanno plasmato la sua bellezza, è il mio cuore che ha messo dentro di lei la tenerezza e l’amore, è la mia sapienza che ha formato la sua sensibilità, la sua intelligenza e tutte le belle qualità che hai trovato in lei. Però non potrai limitarti a godere del suo fascino. Dovrai impegnarti a rispondere ai suoi bisogni e ai suoi desideri.
Ha bisogno di tante cose: di casa, di vestito, di serenità, di gioia, di rapporti umani, d’affetto e tenerezza, di piacere e di divertimento, di presenza umana e di dialogo, di relazioni sociali e familiari, di soddisfazioni nel lavoro e di tante altre cose…
Ma dovrai renderti conto che avrà bisogno soprattutto di Me, e di tutto quello che aiuta e favorisce quest’incontro con Me; la pace del cuore, la purezza di spirito, la preghiera, la parola, il perdono, la speranza e la fiducia in Me, la Mia vita.
La ameremo insieme. Io la amo da sempre. Tu hai cominciato ad amarla da qualche anno, da quando l’hai incontrata. Sono io che ho messo nel tuo cuore l’amore per lei.
Era il modo più bello per dirti: “Ecco te l’affido”, perchè tu potessi godere della sua bellezza e delle sue qualità. Quando le hai detto: “Prometto di esserti fedele, di amarti e rispettarti per tutta la vita”, è come se mi avessi risposto che sei lieto di accoglierla nella tua vita e di prenderti cura di lei.
Da quel momento siamo in due ad amarla. Anzi, ti renderò capace di amarla come Dio, regalandoti un supplemento d’amore, che trasforma il tuo amore di creatura e lo rende capace di produrre le opere di Dio nella donna che ami. E’ il mio dono di nozze: quello che si chiama la grazia del sacramento del matrimonio.
Non ti lascerò mai solo in questa impresa. Sarò sempre con te e farò di te lo strumento del mio amore e della mia tenerezza; continuerò ad amare la Mia creatura, che è diventata tua sposa, attraverso i tuoi gesti d’amore.

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Il senso del denaro

Avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri. Non è Rockefeller che parla di finanza ma è Gesù. Così si conclude la parabola dei talenti, con un rimprovero al pigro che non ha fatto fruttare il denaro. In un’altra circostanza Gesù racconta di un amministratore che fa degli sconti illegali per ottenere benefici: il padrone del patrimonio lo viene a sapere e loda non certo l’onestà ma l’astuzia dell’uomo.
In un altro contesto Gesù dice che non si possono servire due padroni, Dio e Mammona (la divinità della sicurezza materiale e del guadagno a tutti i costi). Poi racconta di un tale che aveva accumulato molto nei suoi granai e decide di mangiare e dormire senza preoccuparsi d’altro, ma Dio gli chiede la vita quella notte stessa.
Il rapporto del cristiano col denaro è chiaro: il denaro è uno strumento che va utilizzato bene e per il bene. Se diventa un fine è un tradimento nei confronti di Dio che non comporta benefici, perché la vita è breve e non serve accumulare.
Un insegnamento di grande attualità: un monito per gli speculatori che vivono d’angoscia, seminano l’angoscia e moriranno nell’angoscia; un incoraggiamento per l’intraprendenza e un invito a superare l’inerzia di chi pensa che non c’è nulla da fare. Invece sveglia! Occorre far fruttare i talenti, sia quelli in denaro che quelli dell’intelligenza e della fantasia. E’ sorprendente: il Vangelo ci aiuta a vivere anche la situazione critica che stiamo vivendo. Dobbiamo reagire, gli uomini di fede devono darsi da fare.

raivaticano

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La pace

fiore

La pace è un fiore raro, che sboccia in un cuore puro immerso nella luce della preghiera e che impara a guardare al mondo con distacco, semplicità, sorpresa, amore.

Chiara Amirante

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Sulla Tua Parola

Commento al Vangelo di Gesù Cristo del 5 febbraio 2012, V settimana del tempo ordinario, del biblista don Fabio Rosini dai microfoni di Radio Vaticana :

Dal Vangelo secondo Marco (Mc 1, 29-39)

In quel tempo, Gesù, uscito dalla sinagoga, subito andò nella casa di Simone e Andrea, in compagnia di Giacomo e Giovanni. La suocera di Simone era a letto con la febbre e subito gli parlarono di lei. Egli si avvicinò e la fece alzare prendendola per mano; la febbre la lasciò ed ella li serviva.
Venuta la sera, dopo il tramonto del sole, gli portavano tutti i malati e gli indemoniati. Tutta la città era riunita davanti alla porta. Guarì molti che erano affetti da varie malattie e scacciò molti demòni; ma non permetteva ai demòni di parlare, perché lo conoscevano.
Al mattino presto si alzò quando ancora era buio e, uscito, si ritirò in un luogo deserto, e là pregava. Ma Simone e quelli che erano con lui si misero sulle sue tracce. Lo trovarono e gli dissero: «Tutti ti cercano!». Egli disse loro: «Andiamocene altrove, nei villaggi vicini, perché io predichi anche là; per questo infatti sono venuto!».
E andò per tutta la Galilea, predicando nelle loro sinagoghe e scacciando i demòni.

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Cosa mi sono perso

Per chi dona al povero non c’è indigenza (Pr 28,27). Quando mai, Maestro, ti ho visto affamato? Quando ti ho visto assetato, nudo, malandato? Avrei voluto incontrarti, ho pregato ogni giorno nella speranza di vedere il tuo volto, così da poter finalmente afferrare la gioia che spiega la vita, che dirige i passi e plasma di senso ogni avventura. Avrei voluto parlarti guardandoti negli occhi e sussurrare al tuo orecchio, con confidenza d’amico, «Io ci sono e so che tu ci sei per me». Quando, Signore, ti ho visto? Dimmi, cosa mi sono perso: eri forse carcerato, forestiero, malato? Di sicuro il desiderio di te non mi avrebbe impedito di conoscerti riconoscendoti. Ma quando, dimmi, è accaduto che eri al mio fianco e non ho fatto quanto era necessario fare perché i miei occhi si aprissero al vero? Se la tua luce avesse trapassato i miei occhi, le tenebre di dentro, dileguandosi, sarebbero sparite. Non dirmi, Signore, che eri lì, al mio fianco, mentre io, per la mia testardaggine, ti ho perso, non ho ascoltato la tua voce. Non dirmi che, affogato nei miei problemi, non sono stato capace di decifrare il suono delle tue labbra tra mille inutili frastuoni. Se colpa è in me, ti chiedo perdono, forestiero resto della vita se non mi illumini con il tuo sguardo. Mostrami il tuo volto ed io sarò salvo. Ogni volta, figlio, che hai fatto del bene a chi ne aveva diritto l’hai fatto a me.

Avvenire

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Don Ulisse

Don Ulisse Bresciani

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