Escatologia
Quando noi parliamo di escatologia, ci stiamo riferendo al credere qualcosa che avrà un compimento ultimo in una dimensione metastorica, e quindi che avverrà fuori dal nostro tempo di esistenza; qualcosa che sembrerebbe essere fuori la nostra portata.
Siamo quindi chiamati ad avere fede in qualcosa che assolutamente non vediamo e non conosciamo?
Un credere per credere?
Difficilmente l’uomo crede in qualcosa di assolutamente invisibile ai propri sensi e di cui in qualche modo non possa farne esperienza: non si può conoscere qualcosa di cui in modo assoluto sia preclusa una qualche forma di esperienza o accesso.
Allora dobbiamo partire da un presupposto: l’escatologia deve essere qualcosa che già influenza il nostro presente; in qualche modo ha già a che fare con noi.
Effettivamente noi parliamo di compimento e quindi di qualcosa che è già qui ma non ancora in modo completo: qualcosa che in qualche modo viviamo ma parzialmente.
Dobbiamo quindi avere uno “sguardo escatologico”, un “sentire escatologico” per percepire e vivere quella dimensione escatologica già presente nel nostro quotidiano, che ci parla già della bellezza del nostro cammino di compimento. Dobbiamo vivere ponendo attenzione a quegli “incontri” fisici e spirituali che parlano alle nostre orecchie e ai nostri cuori.
Abbiamo bisogno di vivere aperti al mistero di Dio che può dar senso a tutta un’esistenza: un cammino di senso profondo ed alto allo stesso tempo, e non un vivere di breve respiro.
Non stiamo parlando di compiere azioni roboanti, ma di vivere aperti al mistero di Dio nel proprio vissuto interiore e attraverso il mistero dell’altro, aprendoci verso l’altro e decentrando la nostra esistenza da noi come individuo all’altro (diventando persona): dall’io a Dio.
E possiamo anche dire che questo è un antidoto al nostro vivere disordinato e disorientato; così facendo poniamo attenzione al come viviamo e quindi io vivo la vita e non la vita vive me (intendendo una vita basata sulla casualità di ciò che mi capita senza una direzione vera e propria).
E’ difficile immaginare la bellezza e la tristezza che possono aver provato Pietro, Giacomo e Giovanni davanti al Dio escatologico, Gesù trasfigurato davanti a loro: una gioia piena (quella del compimento) e subito dopo il ritorno alla realtà. Infatti “prendendo la parola, Pietro disse a Gesù: «Rabbì, è bello per noi essere qui; facciamo tre capanne, una per te, una per Mosè e una per Elia.»” (Mc 9,5).
Se vissuta con attenzione questa nostra vita è il tempo dei segni, un tempo in cui continuare a vivere il quotidiano con i sensi e il cuore aperto al Dio che a noi si rivolge, chiamandoci e parlandoci.
Ogni incontro con Dio nel nostro quotidiano è un rivelarsi di Dio a noi e un’apertura maggiore a quell’escatologico come compimento del nostro cammino.
Other writings (altri scritti)
SPERANZA
La Speranza entra nel mondo per farci sperare e trasformare questa nostra speranza in certezza alla fine del mondo.
L’ATTESA
E’ nella nostra notte che entra la Luce Vera, l’unica Luce che illumina ogni uomo nel suo mistero e nelle sue sofferenze. L’attesa speranzosa di quella Luce, che è Gesù, è l’avvento.
DIO VIENE E L’UOMO ACQUISTA LA LIBERTÀ
Dio-libertà non è una teoria degli opposti, ma è senso profondo di tutta la creazione.
«L’uomo è dotato di ragione, e in questo è simile a Dio, creato libero nel suo arbitrio e potere».




